Aurora Boreale (e tutto ciò che dimentichiamo di guardare)
Riscoprire il legame primordiale con il paesaggio
In questi giorni se ne è parlato ovunque:
l’aurora boreale visibile anche dall’Italia.
Un evento raro, spettacolare, capace di far alzare gli occhi al cielo anche a chi, di solito, non li alza mai.
Foto, video, stupore collettivo. Ed è giusto così.
Io ho avuto la fortuna di vederne più di una.
Una l’ho fotografata al Passo Giau, diverso tempo fa.
Un’altra l’ho vista in Islanda: intensa, silenziosa, quasi irreale.
E sì, lo ammetto, mi piacerebbe tornare ancora una volta a cercarla, magari già quest’anno.
Una danzatrice di luce.
Così ho pensato nel vederla muoversi (sì, si muove!) sopra di me.
Una potentissima entità superiore che si mette in mostra sopra le nostre teste, eseguendo antiche coreografie, stupendo chiunque si fermi a osservarla.
Sicuramente, nelle prossime settimane, vi racconterò meglio la mia esperienza di “cacciatore di aurore”. Ma prima desidero scrivere questa nota: non per spiegare l’aurora, bensì per riconnetterci alle nostre origini, così da poterla ammirare con uno sguardo più consapevole.
Mentre la scorsa settimane eravamo tutti stupiti, mentre scorrevano immagini e racconti, mi è rimasto addosso un pensiero più lento, più quieto.
L’aurora boreale è speciale, senza dubbio.
Ma non è più bella di una grande alba vista dal punto giusto.
Non è più potente di un tramonto che incendia una parete che conosciamo a memoria.
Non è più profonda di una notte stellata osservata nel silenzio, lontano da tutto.
Forse il problema non è ciò che guardiamo, ma come lo guardiamo.
Ci stupiamo di fronte all’eccezionale, e nel farlo dimentichiamo che attorno a noi esistono continuamente fenomeni naturali straordinari, puri, intensi — solo meno rari, solo più familiari.
E quindi, col tempo, li diamo per scontati.
Abbiamo smesso di osservare davvero.
Quando facciamo un trekking, ma anche quando attraversiamo una zona naturale qualsiasi — un prato, un bosco, una collina, persino un giardino — raramente ci fermiamo.
Camminiamo, passiamo, documentiamo.
Ma osservare è un’altra cosa.
Osservare significa fermarsi.
Scrutare l’orizzonte.
Lasciare che il paesaggio ci parli.
E il paesaggio lo fa sempre.
Con la luce che cambia.
Con gli odori nell’aria.
Con il freddo che senti sulla pelle.
Con il rumore dell’acqua, del vento, dei passi.
Un ruscello che scava la sua strada nel bosco può raccontare moltissimo.
Lo fa con la vista, con l’umidità, con il suono costante che ti accompagna.
Serve solo rimanere lì abbastanza a lungo.
Io credo che il nostro legame con la natura sia qualcosa di primordiale, di viscerale.
Non serve essere “spiritualmente connessi” — come magari mi sento io — per sperimentarlo.
È un legame che appartiene a tutti.
Anche a chi non l’ha mai riconosciuto.
Anche a chi l’ha messo a tacere senza sapere perché.
Come specie che si definisce intelligente, ci facciamo troppe domande.
Confrontiamo tutto.
Cerchiamo sempre qualcosa di più: più raro, più lontano, più spettacolare.
E così facendo perdiamo il contatto con ciò che è fondamentale.
Forse la chiave è smettere di pensare, ogni tanto.
Smettere di competere.
Smettere di misurare tutto.
Non siamo nulla di speciale.
Siamo individui, come lo è un albero, un cervo, un cane, un altro essere umano.
Siamo tutti abitanti dello stesso mondo, inevitabilmente connessi.
E forse dovremmo lasciare andare certi desideri inutili, materiali.
La ricerca morbosa del successo.
L’idea che ci sia sempre qualcosa di meglio da rincorrere altrove.
Io preferisco concentrarmi sulla ricerca della bellezza ovunque mi trovi.
Nel noto.
Nel già visto.
Nel ritorno.
Poi è chiaro… Adoro le terre artiche e subartiche, lì ci tornerò sempre!
Perché seguendo The Lightbound Path non facciamo altro che questo:
impariamo a circondarci di bellezza, in qualunque luogo siamo,
anche quando il cielo non si colora di verde.
-Elia






