Eri tu a camminare sulla GTE?
Diario di una "Lofoten mediterranea": quando cerchi l’Artico e trovi la luce tra il granito e il sale dell’Elba.
C’è una febbre che chi mi segue conosce bene: quella del Nord. È un richiamo fisico, una necessità di orizzonti freddi e silenzi sottili. Fino a una settimana prima di Pasqua, la mia testa era già in Norvegia, tra i fiordi di Stavanger e il vento della tundra. Ma il viaggio, a volte, si ferma prima di partire. Tra voli incerti e previsioni di pioggia battente, ho dovuto prendere una decisione: non potevo sprecare quei quattro giorni di libertà restando fermo. Dovevo trasformare la delusione in una nuova direzione.
Cercavo qualcosa che curasse quella mancanza. Cercavo montagne che nascessero direttamente dall’acqua, granito spoglio e quella sensazione di confine che solo un’isola sa dare. Così, ho puntato al centro del Mediterraneo: la Grande Traversata Elbana (GTE). Cinquanta chilometri di crinale, una “spina dorsale” di roccia che taglia l’Isola d’Elba da Cavo a Pomonte. Niente tundra stavolta, solo macchia mediterranea; eppure, l’istinto mi diceva che avrei trovato ciò di cui avevo bisogno.
La sfilata degli zainoni
Sono partito con un obiettivo preciso: la solitaria. Volevo testare me stesso, la mia capacità di gestire il carico, la logistica e il silenzio. È una skill fondamentale per chi vive di outdoor, una forma di manutenzione dell’anima. Ma il cammino, si sa, è un organismo vivo che raramente segue i nostri piani.
Già al porto di Piombino, l’imbarco si è trasformato in una sfilata silenziosa di zainoni e sguardi complici. C’era un’energia particolare nell’aria, fatta di mappe stropicciate e scarponi ancora puliti. Sul traghetto, la solitudine che avevo accuratamente progettato ha iniziato a sgretolarsi. Incontrare altri viandanti, scambiare due chiacchiere su un itinerario o condividere un caffè appena sbarcati a Cavo, ha trasformato il mio “test in solitaria” in una situazione di gruppo genuina e inaspettata. Ho capito subito che la magia del cammino non sta solo nel sentiero, ma nella velocità con cui si creano legami tra sconosciuti che guardano nella stessa direzione.
Il rito dell’attesa: Cima del Monte
Il primo giorno è stato un battesimo di luce e profumi. La macchia mediterranea è fitta, quasi una giungla bassa che ti avvolge finché non guadagni la cresta. Salendo verso il Monte Grosso, l’isola ha iniziato a rivelarsi: uno scorcio a picco sul blu, l’aria che si faceva più fresca e il sentiero che diventava aereo.
Come sapete, io non cammino solo per arrivare, ma per farmi cullare dalla luce. Avevo studiato le mappe cercando una cornice di roccia estetica per il tramonto e avevo individuato la Cima del Monte. Sono arrivato lassù con due ore di anticipo. Mi sono seduto nel silenzio, ho acceso il fornello per preparare il mio pasto liofilizzato e ho aspettato. È il mio rito: il tempo che passa mentre la macchina fotografica è pronta. Non c’erano nuvole a dipingere il cielo, ma un gradiente infinito, limpido e profondo, che ha giustificato ogni singolo grammo di attrezzatura che avevo portato sulle spalle.







La spina dorsale di granito
Il secondo e il terzo giorno hanno segnato il passaggio dalla “collina” alla “montagna”. Attraversare la parte centrale dell’isola significa muoversi tra pinete ombrose e strade bianche, incrociando continuamente altri amici del cammino. È incredibile come su una striscia di terra così piccola si possa provare una tale varietà di sensazioni materiche.
Poi, la salita verso il Monte Capanne. Lì l’Elba cambia volto e diventa severa. Ho scelto la variante più montuosa, passando per le creste granitiche delle Calanche. C’è una piccola ferrata, un corrimano d’acciaio che ti aiuta a superare i passaggi più esposti con lo zaino pesante. In quel momento, tra i blocchi di granito e il vento che soffiava più forte, ho avuto una visione: l’Elba come una Lofoten mediterranea. La stessa verticalità che cade nel mare, lo stesso rapporto primordiale tra roccia e acqua. E sullo sfondo, a rendere tutto ancora più surreale, le cime innevate della Corsica che brillavano all’orizzonte come un miraggio artico.








Il tempio del crepuscolo
L’ultima notte non volevo lasciarmi scappare l’occasione di dormire “dentro” il paesaggio. Ho evitato i centri abitati e sono sceso verso i caprili di Monte Cenno, antiche strutture rurali in pietra che un tempo ospitavano i pastori. Dormire lì, con lo sguardo rivolto verso l’isola di Pianosa e il profilo di Montecristo che emergeva come un diamante dal mare, sarebbe stato perfetto, ma era presto, volevo godermi la serata, e quindi dormire in una spiaggia remota è stata la degna conclusione di questa ricerca.
Ho finito il cammino a Pomonte, con il rito finale di un bagno rigenerante nell’acqua gelida e un tramonto limpido che sembrava voler fermare il tempo. È stato un viaggio inaspettatamente bello, faticoso e, soprattutto, rivelatore. Mi ha insegnato che non serve sempre scappare a quattromila chilometri di distanza per trovare la wilderness o per sentirsi parte di una comunità di cercatori.
Quindi, se in questi giorni ci siamo incrociati sul crinale, o se eri tu quella sagoma controluce che ho visto muoversi in lontananza sul Capanne, sappi che eravamo sulla stessa traccia. Forse non ci siamo parlati, ma abbiamo condiviso lo stesso orizzonte. E spero che il tuo sia stato luminoso quanto il mio.




