Il periodo in cui non sento il bisogno di scattare
Non sempre la luce arriva quando la cerchiamo
Ci sono stati periodi, anche recenti, in cui tornavo a casa con un’urgenza precisa.
Appoggiavo lo zaino, accendevo il computer e aprivo subito Lightroom.
Non vedevo l’ora di scaricare le foto, di rivederle, di capire se quella sensazione provata sul campo si fosse davvero trasformata in qualcosa di concreto.
In quei momenti la fotografia era una continuazione naturale dell’esperienza.
Il viaggio non finiva quando rientravo: cambiava solo forma.
Ricordo periodi particolarmente intensi, in cui sembrava che il cielo avesse deciso di collaborare. Tramonti epici, nuvole potentissime, cirri che sembravano aurore.
Scene che ti fanno sentire nel posto giusto, al momento giusto. Ne ho scritto anche recentemente, parlando di quelle giornate in cui la luce sembrava avere una voce propria.
Eppure, nell’ultimo anno, qualcosa è cambiato.
Non in modo netto, non in modo drammatico.
Semplicemente, l’ispirazione arriva meno spesso.
Qualche immagine che mi ha soddisfatto c’è stata, certo.
Ma con una frequenza diversa, più rarefatta.
A un certo punto ho iniziato a chiedermi cosa sia, per me, una fotografia che funziona davvero.
Non una foto “bella”.
Non una foto riuscita tecnicamente.
Ma una fotografia che posso guardare tutti i giorni senza stancarmi.
Una foto che, ogni volta, mi restituisce un piccolo brivido:
un profumo di ricordi,
un entusiasmo sottile,
un piacere visivo che non ha bisogno di spiegazioni.
Per me una fotografia è efficace quando è armoniosa.
Quando non chiede attenzione, ma la trattiene.
Forse oggi sono semplicemente più critico con me stesso.
Forse sono più consapevole del fatto che non ha senso scattare certe immagini se non sono migliori – o almeno diverse – da quelle che considero un riferimento.
E così capita, sempre più spesso, di fare gite in cui la macchina fotografica resta nello zaino.
Uso il telefono, scatto qualche foto da ricordo.
Altre volte tiro fuori la fotocamera solo per uno o due scatti, senza insistere.
Non è pigrizia.
Non è disinteresse.
È come se stessi aspettando qualcosa.
Forse sto solo cercando un nuovo motivo per lasciarmi sorprendere.
Forse un soggetto diverso.
Forse il bisogno di sperimentare nuove tecniche, o di cambiare completamente approccio.
O forse, semplicemente, sto attraversando una fase in cui il silenzio è parte del processo.
Non tutte le stagioni sono produttive allo stesso modo.
Alcune servono a sedimentare.
A guardare senza dover per forza portare a casa qualcosa.
Forse questi periodi “bianchi”, così silenziosi e privi di scatti frenetici, non sono vuoti. Forse sono un richiamo della natura. Un invito a osservare con i propri occhi, a percepire ciò che ci circonda senza subito trasformarlo in immagine. A ritrovare quel legame autentico con il paesaggio, forse sfumato negli anni tra l’urgenza di catturare e la ricerca del click perfetto. Un tempo per lasciare che la meraviglia arrivi prima di essere tradotta in fotografia.
Per ora mi limito ad ascoltare questo momento piatto.
Senza forzarlo.
Senza giudicarlo troppo.
So che, prima o poi, tornerà quella sensazione.
E quando succederà, la riconoscerò subito.
Elia



