Il tempo di fermarsi
Quando il paesaggio smette di essere sfondo e diventa presenza
La luce non se ne va.
Scivola lentamente lungo i fianchi delle montagne, indugia, cambia tono, ma resta. È una di quelle sere in cui il sole sembra aver deciso di prendersela comoda, di accompagnarti senza fretta, come se il tempo avesse allentato la presa.
Sono in piedi, immobile.
Guardo in basso: i miei piedi poggiano su un manto erboso primaverile, soffice, ancora umido, interrotto qua e là da residui di neve alle mie spalle. L’aria è ferma. Annuso. C’è un odore freddo e pungente, un sentore lontano di mare che arriva fin quassù senza chiedere permesso.
Alzo lo sguardo e mi ritrovo dentro una cornice.
Attorno a me, montagne. A sinistra l’Hermannsdalstinden, ancora in veste invernale, severo e silenzioso. A destra i pendii del Munken, più morbidi, ma non meno presenti. Davanti, una sequenza di laghi — alcuni ghiacciati, altri no — che si rincorrono verso una sorta di finestra sullo sfondo. Una apertura naturale che sembra invitarmi a entrare, o forse a restare.
Il sole è in golden hour da ore.
Non tramonta davvero, si limita a girare attorno all’orizzonte, nascondendosi dietro una montagna per poi riapparire come luce riflessa. Il cielo è di un giallo leggero e gentile. I fili d’erba all’orizzonte si accendono d’oro, mentre il granito delle rocce in ombra vira lentamente verso il blu.
Attorno a me, roccia.
Alcuni sassi sembrano disposti con un ordine quasi intenzionale, come se anche loro stessero partecipando a questo momento di quiete. Chissà quante stagioni hanno attraversato. Chissà quante volte hanno visto la luce posarsi nello stesso modo.
Mi fermo.
Non per scelta, ma perché qualcosa mi trattiene.
Mi siedo. Non faccio altro che osservare. I miei occhi smettono di cercare e iniziano a seguire. Le curve del paesaggio li guidano verso le vette più appuntite, come se volessero suggerirmi che oltre quella parete c’è altro. Penso che sarebbe bello andarci, un giorno. Ma non ora.
In questi momenti il corpo si alleggerisce. Un brivido scorre dentro ogni parte del mio corpo. I pensieri si allontanano senza essere scacciati. Non c’è bisogno di capire, né di fare. C’è solo una presenza piena, totale. Potrei restare in contemplazione per ore, ed è forse per questo che dormire in tenda, o all’addiaccio, in mezzo alla natura, è per me una forma primordiale di connessione con l’ambiente.
Mi succede spesso.
Durante lunghi viaggi al Nord, su una cima isolata, oppure fermandomi lungo una strada qualsiasi. A volte è solo una montagna vista dal finestrino. Anche apparentemente nulla di spettacolare, nulla che “meriti” una foto. Eppure mi dice qualcosa. Mi chiede attenzione. Mi invita a rallentare.
Forse è per questo che amo i tramonti, le albe e la notte.
Forse è per questo che cerco luoghi remoti, vasti, solitari. Più che l’altezza di una montagna, mi interessa la sua ampiezza. Più che la conquista, la possibilità di restare.
Non ho mai sentito una vera attrazione per l’impresa tecnica o estrema fine a sé stessa. Preferisco traversate lunghe, territori inospitali, difficoltà che sono prima di tutto mentali. Spazi che non chiedono forza, ma tempo. Presenza. Ascolto.
È questo che cerco quando cammino con lo zaino in spalla.
Ed è questo che cerco quando fotografo.
La fotografia, per me, non è catturare un’immagine. È fermarsi. È dare forma a un istante di contatto profondo con il paesaggio, a quel momento in cui smetto di osservare qualcosa e inizio a sentirmi dentro.
Solo alla fine, se serve, arriva il nome di un luogo.
Le Lofoten.
Il Civetta al tramonto.
Una strada nel nord della Norvegia.
I crinali bianchi del mio Appennino.
Ma il centro non è mai quello.
Il centro è ciò che accade quando decido di fermarmi.
Questo è il mio modo di stare nel mondo.
Questo è The Lightbound Path.
-Elia



