La colla invisibile del paesaggio
Neve, silenzio e armonia visiva in una mattina d’inverno
Ciao cercatori di luce, benvenuti in questa nuova lettera.
A chi passa di qui da tempo: grazie per esserci.
E a chi mi legge per la prima volta, benvenuto/a — spero che questo piccolo frammento del mio modo di guardare il mondo possa risuonare anche con il tuo.
Oggi vi propongo una composizione: un racconto fotografico e paesaggistico.
In questo Substack alterno storie di cammino, trekking e avventura a storie di fotografia, tutte legate dal filo che seguo quando mi metto in cammino lungo The Lightbound Path.
Il freddo della notte non arriva mai davvero.
Dentro il bivacco il tempo rallenta, il respiro si fa regolare, il silenzio prende spazio. Fuori, l’inverno cancella i rumori e restituisce al luogo la sua voce più antica.
Il bivacco invernale del Rifugio Coldai, in Val di Zoldo è uno di quei posti che d’estate vengono attraversati senza pensarci troppo. Un punto di passaggio, una pausa breve.
In inverno, invece, diventa un confine. Un baluardo di solitudine incastonato dove il bosco si interrompe e le pareti verticali del Monte Civetta prendono il controllo del paesaggio.
Io e Fabrizio eravamo saliti con un’idea semplice: vedere il tramonto dalla Cima Coldai.
La neve fresca, però, aveva altri piani. Troppa, soffice, instabile e soprattutto farinosa. Ci siamo fermati poco sotto, accettando un compromesso che sul momento sembrava una rinuncia.
Il tramonto non è stato memorabile.
Ma la notte sì.


Sacco a pelo, la coperta marroncina del bivacco, il muro che trattiene il calore meglio di quanto ci si aspetti. Durante la notte non eravamo soli: un ragazzo belga e il suo cane avevano scelto lo stesso rifugio. Anche lui fotografo paesaggista — il ragazzo, non il cane.
Poche parole, come spesso succede in questi posti. Non servono.
Sveglia alle 6:30.
L’alba si sarebbe vista da fuori.
Apriamo la porta del bivacco e la prima impressione è una delusione: nuvole compatte a est. “Peccato”, penso.
Poi, quasi per sbaglio, intravedo un varco. Una fessura sottile. Quanto basta per provarci.
La fiducia sale.
Decidiamo di guadagnare un po’ di quota, avanzando lentamente sui pendii innevati, nella neve soffice che assorbe ogni suono. Arriviamo su una piccola collinetta quando, all’improvviso, un raggio di sole ci colpisce la pelle.
Non è un’alba infuocata.
È una luce filtrata, gialla, quasi cupa. Una luce che non esplode, ma si posa. Il contrasto con la neve, che vira verso il blu, è silenzioso e potente allo stesso tempo.
Mi giro.
È tutto lì.
A quel punto resta solo una cosa da fare: cercare una composizione che non disturbi il momento, scattare qualche fotografia — poche — e poi smettere.
Mettere via la macchina.
E guardare.
Probabilmente la neve intonsa, non ancora calpestata da nessuno, è la “colla” che tiene unita tutta la composizione: un’armonia in polvere che mette in ordine i pensieri.
A interromperla, solo qualche piccola orma di un animaletto, qualche rametto che perfora il manto. Il resto è fatto di curve e contrasto — essenziale.
Dopotutto la fotografia di paesaggio è ricerca dell’armonia visiva, e questa scena lo dimostra.
Alla prossima, su The Lightbound Path.
- Elia



