Ho la cartina davanti.
Il dito segue il sentiero. Poi si ferma.
Due giorni avanti. Oppure due giorni indietro, per tornare dove eravamo partiti.
Non c’è una terza strada. Non c’è una scorciatoia, né una strada sterrata che taglia. Non c’è nemmeno il telefono: da giorni ormai non cerca più segnale, e a un certo punto l’automatismo di controllare le notifiche è sparito del tutto.
Eravamo a metà settembre, in Lapponia svedese, a fine stagione. I rifugi iniziavano a chiudere, le tracce si facevano rade, gli incontri umani pure. Eravamo partiti dall’insediamento di Nikkaluokta, noi due, zaino da sessanta litri, tenda, sacco a pelo e, ovviamente, la mia macchina fotografica, a un ritmo di una ventina di chilometri al giorno. Piantavamo la tenda dove ci fermavamo, senza regole.
Come sapete, cerco di visitare spesso questi luoghi artici. I miei posti del cuore, oltre alle amate Dolomiti e all’Appennino, ormai superano quasi sempre il 63° parallelo. Per anni ho pensato fosse una questione di paesaggio: la tundra, i fiordi, la luce lunga. Poi, davanti a quella mappa, mi sono accorto che stavo sorridendo. E ho capito che quello che cercavo aveva un nome preciso.
Wilderness.
Una parola che non si traduce
Non esiste una definizione unica in italiano. È un termine inglese per dire natura allo stato selvaggio, non alterata da artefatti o infrastrutture umane. In italiano potremmo dire “spazio selvaggio”. Qualcuno, da noi, si sta impegnando per proteggere i luoghi che più le somigliano: Wilderness Italia tutela le aree più vicine a questo concetto. Ma sono zone piccole, circoscritte. Siamo troppi, su questo pianeta, e ci siamo espansi per secoli senza pensare troppo a cosa stavamo lasciando indietro.
Io la misuro in un modo semplice: in ore di cammino dalla civiltà.
Un posto è selvaggio, per me, quando per ritirarti ti servono ore di passi. Non una strada, non un impianto, non un telefono. Camminare, e basta.
Verticale, orizzontale
In Italia questa cosa è rara. Alcune valli remote dell’Appennino, qualche grande vallata alpina. Per il resto, la nostra solitudine è verticale: è la montagna che sale a nasconderti, a togliere il rumore. Ma in linea d’aria sei lì, a un tiro di schioppo da tutto.
Al Nord, invece, la solitudine è orizzontale. Nessuna parete ti nasconde. Sei semplicemente lontano. E la lontananza, a differenza di una parete, non si aggira.
Lo scrivevo già qualche tempo fa: più dell’altezza di una montagna, mi interessa la sua ampiezza. Più della conquista, la possibilità di restare. Ecco, credo che la wilderness sia questo. È uno spazio che non chiede forza, chiede tempo. E ti obbliga a darglielo.
Eppure anche da noi esiste un modo per sfiorare questa sensazione, anche se non possiamo isolarci geograficamente così tanto. Il parametro cambia: diventa l’isolamento visivo e sensoriale. Conche, valli chiuse, altipiani nascosti, luoghi dove non vedi un solo artefatto umano all’orizzonte. Di questi siamo ben forniti. In Dolomiti ci sono tantissime aree circondate da muraglie di roccia, veri anfiteatri che ti nascondono tutto ciò che sta fuori. Alcune valli appenniniche sono chiuse tra canali di roccia e fitte faggete: dentro, non sai bene dove ti trovi. Gli stessi boschi, nascondendo l’orizzonte, aiutano a sentirla.
Da noi si misura diversamente. È una wilderness differente.
Quello che resta quando togli tutto
Non è sempre facile, e non lo dico per fare l’eroe. Io, che sono abituato a restare connesso, il silenzio del telefono mi sembrava all’inizio inquietante. Poi il paesaggio si apre. Una luce, d’un tratto, accende le montagne di fronte a me. Il vento prova a spiegarmi qualcosa con i suoi profumi. Respiro, osservo, mi sento al sicuro.
Ma la distanza ha anche un altro lato.
Una sera mi sono ammalato. Qualche sintomo influenzale, il sudore di quella sera in tenda, e subito il dubbio: ce la farò a finire il cammino? Essere in mezzo al nulla quando qualcosa non va spaventa. Gli stessi due giorni che mi avevano fatto sorridere davanti alla cartina, ora pesavano.
Poi, di notte, l’aurora boreale.
Ero nel sacco a pelo quando l’oscurità ha cambiato colore. Ho smesso di pensare e sono uscito. È stata la miglior medicina.
Ho riposato. Mi sono ripreso.
Non so ancora spiegare del tutto perché questa cosa mi chiami così forte. So cosa succede quando la trovo: smetto di raccontarmi dove vorrei essere. Sono dove sono. Sotto i piedi, la terra. Davanti, la distanza. Dietro, due giorni.
Una cosa è certa. Negli ultimi dieci chilometri verso Abisko, quando sapevamo che presto il telefono avrebbe ripreso a ricevere, abbiamo iniziato a provare una sorta di malinconia. Un piccolo groppo in gola, quello che senti quando qualcosa di bello sta per finire, quando stai lasciando una situazione stupenda. Avevamo ancora quattro giorni da passare in Svezia, ma sentivamo di essere già di ritorno verso la civiltà e i problemi di tutti i giorni. Era come andare verso la fine di un bellissimo sogno, con triste consapevolezza.
Vi racconterò tutto, tappa dopo tappa, nei prossimi articoli. Per ora volevo solo dirvi dove ho capito di dover guardare.
E voi? Qual è l’ultimo posto in cui non avete visto un solo segno umano all’orizzonte? Una conca, una faggeta, un anfiteatro di roccia, o due giorni di cammino dal primo tetto?
-Elia





