L’arte di fare tutto, male
Ci sono persone che, molto presto, capiscono cosa vogliono diventare. Io no.
Non l’ho capito a quindici anni, quando la musica ha iniziato a scavarmi dentro come una corrente sotterranea.
Non l’ho capito a venti, quando la montagna ha smesso di essere un posto dove andare in vacanza ed è diventata un luogo dove tornare.
Non l’ho capito nemmeno più avanti, quando la fotografia, il legno, la tecnologia, il camminare senza meta e l’osservare troppo a lungo le cose hanno iniziato a convivere tutte insieme, senza chiedere il permesso.
Se c’è una cosa che mi ha sempre accompagnato è questa:
la difficoltà di stare su una sola linea.
Perdersi come metodo
Da piccolo – e poi da adolescente, e poi ancora da adulto – mi sono sempre perso.
Non nel senso romantico da cartolina, ma in quello più pratico e quotidiano: mi distraevo, guardavo attorno, mi fermavo su dettagli che per altri non esistevano.
A volte questo è stato un problema.
Altre volte, invece, è stato il mio modo naturale di stare al mondo.
In questo perdersi, però, non sono mai stato davvero solo.
Le amicizie, i legami, le persone incontrate lungo il cammino – e soprattutto quelle rimaste – hanno avuto un ruolo silenzioso ma fondamentale. Non come guida, non come ancora, ma come presenza che rende possibile la deriva.
Non sono mai stato uno che “fa gruppo” nel senso classico, ma ho sempre avuto bisogno di condividere pezzi di strada. Le passioni, per me, non sono mai state monadi isolate: sono sempre passate attraverso qualcuno. Una band, una camminata, una parete, una serata a parlare fino a tardi, un progetto iniziato senza sapere dove sarebbe finito.
Le relazioni non hanno mai dato forma alle mie passioni, ma le hanno rese abitabili.
Musica e montagna




La musica è stata una delle prime forme di rifugio.
Non come obiettivo, non come carriera, ma come stanza in cui entrare quando il rumore fuori era troppo.
Ho suonato rock per anni, ma dentro di me c’è sempre stata una pulsione diversa, più antica, più ruvida. La musica folk, ad esempio, mi ha sempre parlato un linguaggio che non aveva bisogno di essere spiegato. È musica che non chiede attenzione: la prende. Che non vuole stupire, ma accompagnare. Ancora oggi certi suoni li ascolto come si ascolta il vento tra gli alberi, lasciandoli passare.
Quando sono arrivato al punto di chiedermi se la musica dovesse diventare una strada “seria”, qualcosa si è rotto. Un anno di conservatorio e poi basta. Ho smesso senza drammi, come si esce da una stanza sapendo che ti ha dato quello che poteva.
In parallelo, la montagna.
All’inizio marginale, legata alle estati, ai genitori, al tempo libero. Poi, lentamente, ha cambiato posizione: da sfondo ad asse portante. Dai vent’anni in poi è diventata una presenza stabile, quasi una necessità fisiologica. La montagna non mi ha mai insegnato a vincere, ma a guardare. A stare fermo. A ridimensionarmi. A perdermi nello sguardo, che è forse una delle forme più pure di meditazione che conosco.
A un certo punto mi sono chiesto se anche questo potesse diventare un lavoro. La domanda, in parte, è ancora aperta. La risposta, per ora, è incompleta. E va bene così.
Il flusso delle passioni
Col tempo ho capito che ogni mia passione aveva una funzione simile:
portarmi in uno stato di flusso.
Che fosse suonare, camminare, arrampicare, fotografare o lavorare il legno, il meccanismo era sempre lo stesso. A un certo punto il cervello smetteva di ruminare e iniziava a seguire. Le mani andavano da sole. Lo sguardo si allargava. Il tempo diventava meno rilevante.
Non è mai stata una questione di performance.
Non mi sono mai sentito davvero “pro” in nulla.
Ma l’interesse e la passione è sempre stata fortissima.
Ho sempre fatto molte cose, spesso in parallelo, e questo mi ha impedito di scavare una buca profondissima in un solo punto. Ma mi ha permesso di esplorare un territorio più ampio. A lungo l’ho vissuta come una mancanza. Oggi sto iniziando a vederla come una forma diversa di competenza: non verticale, ma trasversale.
Tecnologia: la strada solida


E poi c’è la tecnologia.
La parte meno romantica, forse. O forse no.
La tecnologia è sempre stata una passione parallela, concreta, affidabile. Mentre altre si accendevano e si spegnevano, questa restava. Smontare, capire, programmare, costruire sistemi: era un altro modo di entrare nel flusso. Più razionale, più strutturato, ma non meno profondo.
Quando è arrivato il momento di scegliere una strada stabile, quella è stata la via più semplice. Non perché fosse fredda, ma perché funzionava. Mi permetteva di essere indipendente, di avere una base solida da cui tutto il resto potesse esistere senza diventare una lotta continua.
Il lavoro nell’informatica non è mai stato un tradimento delle mie passioni. È stato un compromesso intelligente. Una radice forte che mi ha lasciato libero di esplorare senza dover monetizzare ogni emozione.
Forse è anche per questo che non ho mai sentito davvero il bisogno dell’università. Quando una passione smette di spingere, io non riesco a trascinarla a forza. Preferisco fermarmi, cambiare direzione, usare ciò che so per restare in equilibrio.
Il ritorno alla materia




A un certo punto è arrivata anche la falegnameria.
Ed è stato uno shock, nel senso buono del termine.
Dopo anni passati tra concetti, immagini, idee, luce e suono, mi sono trovato davanti a qualcosa che non accetta scorciatoie. Il legno non si convince. Non gli puoi spiegare cosa vuoi fare. O lo lavori bene, o ti si ribella. È stato un ritorno violento alla materia, al peso, alla precisione, all’errore che resta visibile.
Lì ho capito una cosa importante: avevo bisogno anche di quello.
Di qualcosa che mi tenesse a terra mentre la testa continuava a vagare. Di un equilibrio tra il mistico e il concreto, tra l’intuizione e la sega che taglia storto se sbagli di mezzo millimetro.
Non sono di certo un falegname, tanto meno un ebanista, tuttavia ho imparato che per fare una sola cosa esistono tecniche diverse, l’importante è sapere cosa puoi fare con gli strumenti e le capacità che hai a disposizione.
Fotografia: sentieri di luce
La fotografia è arrivata come sintesi.
Non come tecnica, non come lavoro (o almeno, non solo), ma come linguaggio.
Fotografare, per me, non è mai stato “fermare un momento”. È riconoscere un’emozione quando passa. I paesaggi, la luce, le ombre lunghe, i sentieri, i tramonti: non sono soggetti, sono conseguenze. Conseguenze del mio modo di stare fermo abbastanza a lungo da accorgermi che qualcosa sta succedendo.
Le fotografie sono appunti visivi. Tracce.
Non spiegano, suggeriscono.
Fare tutto, male (forse)
Avere tante passioni ha un prezzo.
Non sentirsi mai arrivati. Non potersi definire con una parola sola. Non essere “quello bravo in qualcosa”.
Per anni questa cosa mi ha dato fastidio.
Oggi sto cercando di farci pace.
Forse non sono una persona che eccelle in una singola direzione.
Forse sono una persona che attraversa.
Attraversa la musica senza possederla.
Attraversa la montagna senza conquistarla.
Attraversa la fotografia senza esaurirla.
Attraversa la materia senza dominarla.
E in questo attraversare continuo, imperfetto, a volte confuso, sto cercando di capire chi sono. Non con risposte nette, ma con tentativi. Con errori. Con deviazioni.
Se questa è l’arte di fare tutto, male, allora va bene così.
Perché è l’unico modo che conosco per stare davvero nel mondo.
- Elia







Ciao Elia, devi aggiungere un'altra competenza che è quella di saper traghettare i pensieri a chi ti legge. A me sei arrivato diretto, chiaro, fluido, immediato, senza fronzoli. Sarà che mi sono riconosciuta subito in questa trasversalità, ho fatto aoce anch'io. Sarà che il ritmo è comune alla musica, alla fotografia, alla montagna, alla scrittura e il ritmo è decisamente trasversale. Grazie
Ciao Elia, è stato bello leggerti ed io sono proprio una di quelle che fanno tanto ma non sono brave in niente, ti capisco. Un abbraccio :)