L'odore che non si dimentica
Su come chiudendo gli occhi ed inspirando, la pioggia sa dove abitiamo davvero.
Stavo sistemando le piante sul terrazzo. Bologna, un pomeriggio qualunque. Le mani nella terra dei vasi, le dita che stringono un gambo, la testa altrove.
Poi è arrivata la pioggia.
Non un temporale. Qualcosa di più gentile — quella pioggia primaverile che scende piano, quasi chiedendo permesso. E con lei, quell’odore.
Lo conosco. Lo conosco meglio di molte cose che penso di conoscere.
In un secondo non ero più sul terrazzo.
Dove mi porta
Sono nelle Dolomiti. Non so dire quale cima, quale valle — non importa. So che c’è roccia intorno a me. La sento rimbalzare sulle braccia, fresca, quasi bagnata. Il naso è colmo — odori pieni, odori carichi, odori che non lasciano spazio a nient’altro.
Il muschio. La resina. Gli aghi di abete che la pioggia ha appena lavato, le felci che danzano tra il venticello ed il peso delle gocce.
Il suono mi distende subito la mente. Mi azzera. È come un interruttore — non graduale, non lento. Immediato.
Mi fermo sotto un riparo. Guardo il bianco sfumato delle nuvole sopra di me. Il contrasto con il verde scuro delle conifere è netto, pulito, onesto. È scomodo, probabilmente. La giacca è umida. Le scarpe non sono asciutte.
Ma la situazione è incredibilmente piacevole.
Il paradosso dell’odore
C’è qualcosa di strano, in tutto questo.
Io inseguo la luce. Passo ore a studiare le carte meteo, a calcolare l’angolo del sole, ad aspettare in cima con le gambe che tremano nel vento. La luce è la cosa che cerco, quella che mi fa alzare prima dell’alba e tornare dopo il buio.
Ma è l’odore che mi riporta a casa.
Non la fotografia più riuscita. Non il tramonto più spettacolare. Un odore, su un terrazzo di Bologna, mentre sistemo i fiori in vaso.
La memoria non funziona come pensavo. Non archivia per immagini — o almeno, non solo. Archivia per odori, per texture, per temperature. Per quel fresco della roccia sulle braccia che nessuna fotografia ha mai saputo restituire davvero.
Chiudere gli occhi
La cosa che mi stupisce di più è questa: non ho bisogno di essere lì.
Se chiudo gli occhi adesso — mentre scrivo, mentre sono seduto qui — riesco a sentirlo. Non come ricordo sbiadito. Come presenza. Il bosco bagnato, il muschio, la roccia. Il suono della pioggia che assorbe ogni altro suono.
È una connessione che non si interrompe mai del tutto.
La montagna non è solo un posto dove vado. È qualcosa che porto con me. Dentro il naso, dentro la pelle.
Anche sul terrazzo di casa.
Basta che piova.
-Elia





