Non sapevo cosa fotografare
Poi la montagna ha fatto il resto
La montagna quando tace
Ci trovavamo sull’Appennino tosco-emiliano, al cospetto del Monte Giovo, in uno di quei periodi in cui la montagna è carica di neve fresca e il meteo resta volutamente incerto.
Siamo partiti dal Lago Santo, con l’idea semplice di spostarci verso il crinale per cercare un po’ di luce interessante, senza una vera aspettativa, senza un obiettivo preciso.
Negli ultimi tempi mi accompagna spesso una sensazione strana: non so bene cosa fotografare. Non è un blocco, piuttosto una sospensione. Come se lo sguardo fosse in attesa di qualcosa che ancora non ha preso forma.
Quel giorno, però, c’era Björnino.
Uno dei primi giri in montagna insieme a Björn, il nostro pastore australiano. E così ho deciso di portare la macchina fotografica soprattutto per lui, per fermare quel momento più che per “fare fotografie”.
Una luce che non appartiene al sole
Raggiunto il crinale, in prossimità del tramonto, l’atmosfera è cambiata improvvisamente.
Nuvole basse si fondevano con il bianco della neve, cancellando i confini. Tutto sembrava sospeso, ovattato, come se il paesaggio avesse abbassato la voce.
La luce era costantemente bluastra.
Il sole, filtrato all’orizzonte, non sembrava più il sole: appariva come una luna fredda, distante, visibile ma non dominante. Una presenza, più che una fonte.
È in questi momenti che la montagna smette di essere un luogo e diventa una condizione.
Il faggio ribelle
Poi l’ho visto.
Un piccolo alberello solitario — probabilmente un giovane faggio — posizionato al di fuori della linea del bosco.
Un ribelle.
Un avamposto della foresta, come un ammiraglio rimasto indietro a presidiare il confine tra ciò che è noto e ciò che è esposto.
Era circondato da neve intatta, segnata solo dal nostro passaggio. Nessun altro segno umano. Nessuna distrazione.
Solo lui, la luce fredda, e uno spazio che sembrava infinito.
In quel momento non ho pensato la fotografia.
L’ho semplicemente riconosciuta.
Leggere l’immagine, senza spiegarla troppo
Questa fotografia vive soprattutto di spazio negativo.
La neve e il cielo non sono “vuoti”, ma silenzi. Sono ciò che permette al soggetto di esistere con forza, senza gridare.
I toni freddi, dominati dal blu, allontanano l’immagine da qualsiasi idea di comfort. Non c’è calore, non c’è rifugio. Eppure non c’è nemmeno ostilità.
È una scena contemplativa, quasi spirituale, dove l’albero non è solo un albero, ma un punto di riferimento emotivo.
La composizione è semplice, ma non banale:
un soggetto piccolo in un mondo enorme
una luce che non illumina, ma accompagna
un equilibrio fragile tra presenza e solitudine
È una fotografia che chiede tempo.
Non per essere capita, ma per essere abitata.
Un albero da solo come elemento di massima armonia visuale.
Quando la fotografia ti trova
Non stavo cercando questa immagine.
E forse è proprio per questo che esiste.
A volte la fotografia non nasce dalla volontà, ma dalla disponibilità. Dal camminare senza pretendere, dall’osservare senza voler portare a casa qualcosa a tutti i costi.
Quel giorno, sul crinale del Monte Giovo, tra neve, nuvole e luce lunare, ho avuto la sensazione che non fossi io a fotografare la montagna.
Era lei che, per un attimo, si lasciava guardare.
- Elia






