Un istinto
Quando non sai perché parti, ma sai che devi farlo.
Ciao, bentornato/a su The Lightbound Path.
Nelle scorse settimane ti ho raccontato che ultimamente, di tramonti davvero motivanti, ne ho trovati pochi.
Sono passato da un periodo in cui la luce sembrava venirmi incontro con facilità a uno in cui tutto appariva più piatto, più incerto.
E questo, senza che me ne accorgessi subito, mi ha destabilizzato.
Due mesi di pioggia.
Tramonti puliti, ma vuoti.
Pigrizia che si insinua piano.
La sensazione di aver perso qualcosa.
E poi, domenica.
Ero da solo in casa.
A Bologna c’era un sole splendente, semplice, quasi gentile dopo settimane di grigio. Una di quelle giornate che basterebbero a metterti di buon umore.
Ma dentro di me stava emergendo qualcosa.
Non una voce.
Non un’idea precisa.
Solo un presentimento.
Sapevo che se non fossi uscito a fotografare quel tramonto, mi sarei perso qualcosa.
Ho aperto la mia app preferita per consultare le carte meteo.
Prima le nuvole.
Poi le nuvole alte.
Poi le medie.
Infine le basse.
Essendo già tardi mi sono concentrato sul nostro alto Appennino bolognese, il Corno alle Scale.
Ho visto qualcosa di interessante, almeno su alcuni dei modelli disponibili.
Una copertura di nuvole alte superiore al 60% dal Corno verso Ovest, fino quasi alla Corsica.
Sotto, nulla.
Né nuvole basse né medie che potessero ostacolare l’orizzonte.
In questi casi non esistono mezze misure.
O non succede niente.
O succede qualcosa di raro.
Bastava che le nuvole alte non fossero troppo dense.
Bastava che non coprissero proprio il punto in cui il sole avrebbe fatto capolino sulla linea dell’orizzonte.
A Sud-Ovest era abbastanza libero.
La possibilità era concreta.
Ero solo.
Ormai troppo tardi per organizzare qualcosa con qualcuno.
Alle 16 ero al Rifugio Cavone.
Ramponi.
Zaino leggero.
Passo deciso verso la Valle del Silenzio.
Lì, tra i canali del Corno, c’è uno dei miei posti preferiti vicino a casa.
Forse il migliore.
Il crinale dei Balzi dell’Ora, quando è innevato, ricorda molto le montagne del grande Nord che tanto amo.
Ed essere circondati solo da natura, senza rumori, senza tracce evidenti, regala quel senso di solitudine che in Italia spesso è raro trovare.
Il giorno prima il soccorso alpino era intervenuto su uno dei canali che percorriamo spesso.
Faceva caldo.
I pendii innevati scricchiolavano.
Ho deciso di superare la valle passando dal Passo della Porticciola, più vicino al bosco, lontano dalla zona dove una massa nevosa avrebbe potuto staccarsi.
Non era il giorno per sottovalutare nulla.
Fuori pericolo ho iniziato a salire verso la cima del Corno, cercando uno spot interessante.
Ho subito notato un fortissimo vento da Ovest.
Non gelido, ma costante, deciso.
Come se volesse ricordarmi:
“Non pensare mica che saranno due foto semplici.”
In Appennino è spesso così. Si sa.
Guardando verso Ovest ho visto che le nuvole alte erano le sole in scena. Stratificate, filamentose, proprio come piacciono a me.
Cirri misti a cirrostrati si estendevano fino all’orizzonte.
All’orizzonte si addensavano, ma poco prima del mare c’era un punto più trasparente.
E quel vento forte poteva essere un alleato, spingendole verso una zona più luminosa.
Quando sono arrivato in cima mancavano ancora quaranta minuti prima che la luce iniziasse a cambiare davvero.
Il problema era il vento.
Mi raffreddava presto, soprattutto le gambe.
Faticavo a respirare controvento.
Le gambe hanno iniziato a tremare, avevano perso calore.
Così ho iniziato a camminare in cerchio, avanti e indietro, per scaldarmi.
Aspettando.
Poi sono arrivati i primi colori.
E in un attimo il freddo è passato in secondo piano.
Il pavimento ghiacciato e le distese di neve dura hanno iniziato a riflettere il rossore che si stava creando nel cielo.
Il cielo, quel giorno, non era una tela vuota come purtroppo capita nei tramonti puliti.
Era un dipinto astratto.
Un intreccio di strati, di linee, di luce che cambiava di minuto in minuto.
Il riflesso acceso sul terreno ghiacciato mi ha ricordato con nostalgia la Groenlandia che ho visitato quest’estate. Avevamo ammirato un tramonto simile sulla sua calotta.
La condizione stava arrivando.
Avevo freddo alle mani.
Con i guanti è difficile scattare, ma senza è peggio.
Mi sono messo al lavoro con l’autofocus e la raffica, cercando di non pensare troppo, di non complicare nulla.
Solo osservare.
E seguire.









Quando lo spettacolo è finito, il vento c’era ancora.
Il freddo anche.
Ma dentro qualcosa si era riacceso.
Ho pensato una cosa molto semplice:
ho fatto bene ad ascoltare quel presentimento.
The Lightbound Path, quel giorno, era forte in me.
Non come un progetto.
Non come un nome.
Come istinto.
L’emozione di fotografare il paesaggio è tornata a mostrarsi in tutta la sua bellezza.
Non perché la luce sia stata “perfetta”, ma perché ho deciso di seguirla, anche con il dubbio, anche con il rischio di tornare a casa senza nulla.
A volte non si va per fotografare.
Si va per verificare se il mondo ha ancora voglia di sorprenderci.
E domenica, la risposta è stata sì.
-Elia




