L'estetica del limite
Riflessioni su comfort zone, verticalità e vastità: quando l'esplorazione diventa l'arrampicata più difficile.
C’è un momento preciso, quando la piccozza morde la neve ghiacciata, o le mani stringono la roccia, in cui il mondo si restringe a quei trenta centimetri quadrati. È l’alpinismo tecnico, un mondo che amo profondamente, ma di cui conosco bene i confini.
Ho sempre avuto un istinto di autoconservazione molto forte. Non cerco il pericolo fine a se stesso; non mi interessa intraprendere itinerari eccessivamente pericolosi solo per il gusto di farlo. Accetto una quota di rischio, certo, ma è una scelta ponderata. All’inizio del mio percorso, forse, puntavo maggiormente a questo genere di sfide tecniche. Ma negli anni, il mio approccio è cambiato radicalmente.
Dalla tecnica alla vista
Oggi, non inseguo il grado di difficoltà. Mi diverto sinceramente di più su un itinerario “facile”, che mi permette di guardarmi intorno, piuttosto che su una parete difficile che mi costringe all’ossessione tecnica. Quello che cerco non è la prestazione, ma l’estetica del paesaggio.
L’alpinismo, in questo senso, si è trasformato da un fine (superare la difficoltà) a un mezzo. È lo strumento che mi permette di addentrarmi ancora più profondamente nel cuore delle montagne, per godere di viste e di silenzi che solo poche persone scelgono di raggiungere. Non importa se l’incastro è perfetto; importa dove quell’incastro ti porta.
L’alpinismo orizzontale: la vastità artica
Poi sono arrivate le terre artiche. Lì, la verticalità cede il passo a una vastità che spaventa e ammalia allo stesso tempo. Tundre infinite, colline che si ripetono come onde, pianure eterne, con i ghiacciai che brillano in lontananza.
Quella è “Una terra gentile”, come l’avevo definita, priva spesso di tratti tecnici. Eppure, la sua sfida non è meno alpinistica: è una sfida psicologica, fatta di solitudine, autosufficienza e capacità di stare con se stessi per giorni, senza stimoli esterni. Da quando ho conosciuto quegli spazi, ho ridotto l’ossessione per le pareti e ho incrementato gli sguardi verso nuovi Lightbound path orizzontali. L’esplorazione è diventata la forma di alpinismo più affascinante che io conosca.
Ogni sfida ha il suo nome
Per sfida alpinistica, oggi preferisco intendere qualsiasi avventura che ti costringa ad uscire, anche solo per un po’, dalla tua comfort zone. Anche svegliarsi nel cuore della notte per essere su un crinale all’alba, o decidere di salire mentre tutti gli altri scendono al tramonto, oltre gli orari “standard”, rappresenta per molti una sfida. È per questo che dico che ognuno ha il suo alpinismo. La geometria del superamento di sé è soggettiva.
Ho capito che la meta non deve essere per forza una cima. Può essere una valle, un passo, un valico, o il semplice atto del percorrere fuori dalla linea conosciuta.
Questo non significa che io abbia smesso di amare le vette. Tuttora ne sono attratto, ma il motivo è cambiato: mi avvicino a loro quando la loro estetica evoca in me qualcosa di profondo. Soprattutto nei momenti di luce drammatica, durante i crepuscoli, le vette per me smettono di essere obiettivi tecnici e diventano templi. Luoghi di osservazione privilegiati per avvicinarsi alla contemplazione più assoluta del paesaggio.
L’esplorazione, per come la vivo oggi, è la forma più affascinante di avventura che io conosca. È un modo per abitare il mondo, non per scalarlo.
Auguro anche a te, che stai leggendo, di trovare il tuo orizzonte. O forse, cosa ancora più importante, di non smettere mai di cercarlo.





